Boeo

Capo Boeo

LILIBEO (v. vol. IV, p. 627 e S 1970, p. 409). – Gli scavi condotti negli anni 1970-1992 hanno chiarito definitivamente l’assetto urbanistico della città confermando i dati forniti quasi una quarantina di anni fa dalla fotografia aerea. L’antica L. occupava l’area di un ampio quadrilatero lambito su due lati dal mare ed era attraversata, in senso NO-SE, da cinque decumani, di cui il decumanus maximus doveva coincidere con l’attuale Via IX Maggio, tagliati in senso ortogonale da 21 cardines a distanze regolari di m 35,52. Si tratta di uno schema urbanistico a pianta assiale con scamna che, in base ai dati forniti dai sondaggi effettuati tra il 1977 e il 1978 per il rinnovamento della rete idrica e fognante urbana, avrebbe ricevuto la sua definizione organica nel II sec. a.C., rispettando sicuramente un tracciato più antico, come si evince dal fatto che le costruzioni d’età punica presentavano lo stesso orientamento. Del resto, i materiali più antichi rinvenuti nell’ambito dell’abitato non sono anteriori al secondo quarto del IV sec. a.C., e ciò avvalorerebbe la notizia diodorea sulla fondazione della città nel 397 a.C. All’interno di questa griglia, gli isolati rilevati dalla foto aerea nella zona di Capo Boeo presentano un rapporto quasi costante di 1 a 3. Si tratta dunque di un’urbanistica piuttosto regolare che trova i suoi maggiori elementi di confronto, in ambito punico, soprattutto a Cartagine e in Sicilia a Solunto. I lati NO, NE e SE della città erano protetti da un complesso sistema difensivo costituito da un profondo fossato e da una cinta muraria; ne sono stati rinvenuti alcuni tratti in Via Sanità e Via Amendola. La scoperta più interessante è costituita da una galleria con antichi graffiti alle pareti, riportata alla luce nella zona di Porta Trapani, durante i lavori di realizzazione di Palazzo Mortillaro nel 1972. Il cunicolo in questione, passando al di sotto del fossato, sbucava verso la città attraverso gradini scavati nella roccia. In base ai dati forniti dall’esplorazione, pare che il camminamento sia stato abbandonato verso il II sec. a.C. Le ricerche compiute in questi anni, infine, hanno permesso di accertare che il fossato distava dalle fortificazioni dai 27 ai 30 m (in alcuni punti anche 33 m). Della cinta muraria che proteggeva L. nella parte di terraferma, sono stati scoperti, a più riprese, altri tratti in scavi effettuati dalla Soprintendenza tra il 1970 e il 1984. Nel lato SE le scoperti più interessanti si sono avute a partire dal 1971 grazie a saggi di scavo che hanno permesso di individuare nove tratti di mura, oltre alle vestigia di una probabile torre. Altre due torri rettangolari (13,5 X 14,30 m) sono state scoperte sul lato NE a Porta Trapani, innalzate, probabilmente, in corrispondenza di una delle vie principali di accesso alla città. Riguardo al circuito SO, da segnalare il rinvenimento, nel 1980, dei poderosi resti di una torre quadrangolare, presso il Lungomare Boeo lungo la Via Mergellina. Grazie a queste ricerche si è potuto meglio comprendere la natura di tale cinta, consistente in una solida muraglia (largh. media 5,80-7 m) costituita da due cortine realizzate in blocchi squadrati di calcarenite locale con èmplekton di pietrame e fango, e rafforzate da torri quadrangolari soprattutto in prossimità di porte e postierle. Per quanto riguarda la tecnica edilizia, mentre i blocchi di fondazione presentano un’alternanza regolare di diatoni e ortostati, i blocchi dei filari superiori erano posti per testa. Il sistema difensivo lilibetano sarebbe stato realizzato nel IV sec. a.C. secondo un progetto programmato ed eseguito con cura che trova confronti con opere di ingegneria militare di IV-III sec. a.C., quale, p.es., il Castello Eurialo di Siracusa. Le scoperte più interessanti, per quanto riguarda l’edilizia privata di L., sono avvenute in Viale Isonzo, nell’area di Via delle Ninfe e in Via Sibilla. In Viale Isonzo è stata riportata alla luce un’insula con orientamento NO-SE in asse con l’antico impianto urbano. L’insula in questione era costituita da ambienti rettangolari, adiacenti a un’area di servizio, realizzati con mura con la caratteristica tecnica a telaio, di tradizione punica, che trova riscontro anche a Kerkouane e a Selinunte. A una fase successiva sono da ascrivere, invece, pavimenti a mosaico e in opus sectile. In Via delle Ninfe sono emersi i resti di un’abitazione punica di cui rimangono due ambienti rettangolari adiacenti a un’area di servizio pure rettangolare. Quest’ultima si apriva su uno dei principali assi viarî della città. In Via Sibilla sono stati riportati alla luce i resti di un’abitazione con stanze distribuite intorno a un atrio tetrastilo che presentano una pavimentazione in opus signinum, con tipo di reticolato a losanghe che trova riscontri nell’Italia centrale. L’edificio, iniziato nel III-II sec. a.C., dovrebbe avere cessato di esistere nella tarda età giulio-claudia. Sulla base dei dati archeologici, dunque, si possono individuare con maggiore chiarezza le diverse fasi cronologiche ed edilizie pertinenti all’abitato di Lilibeo. La fase punica è caratterizzata dalla presenza di piccoli ambienti rettangolari, direttamente impiantati sulla roccia, realizzati o con la caratteristica tecnica a telaio o con doppio paramento di blocchetti di calcarenite. I pavimenti, in genere, sono costituiti da cocciopesto con piccole tessere bianche distribuite senza uno schema preciso; una fase successiva è ascrivibile al II sec. a.C., epoca di generale rinnovamento edilizio per L., con nuovi edifici in opera isodoma, pavimenti in opus signinum e decorazioni parietali che trovano confronto con Roma e con l’ambiente campano. I primi due secoli dell’impero sono caratterizzati essenzialmente da ristrutturazioni di edifici preesistenti. Tra i materiali ascrivibili a questa fase spiccano alcuni prodotti di sigillata italica firmati da L. Rasinius Pisanus. Una terza fase nel II sec. d.C., è attestata da edifici con mosaici e ambienti termali ed è probabilmente ricollegabile con l’istituzione della Colonia Helvia Augusta Lilybitanorum, ricordata dall’iscrizione CIL, X, 2, 7228. Gli edifici in questione, soprattutto l’insula di Capo Boeo e del Cinema Impero, oltre quella di Viale Isonzo, rivelano nella pavimentazione musiva e nella tipologia dei materiali strette connessioni con l’ambiente africano. Nel corso del IV sec. d.C., infine, si riscontra una situazione di generale distruzione, in cui interi isolati caddero in rovina e sulle macerie sorsero nuovi edifici con materiale di reimpiego. In questa fase finale anche l’assetto viario lilibetano subì interventi di ripristino in cui vennero riutilizzate iscrizioni provenienti da edifici pubblici distrutti. Quest’ultima fase si può ricollegare forse agli eventi sismici che interessarono la Sicilia e gran parte del mondo mediterraneo nel 365 d.C. Tre dovevano essere anticamente i bacini portuali utilizzati dalla città e a essa collegati mediante il fossato in modo da formare quell’unità topografica che veniva chiamata λιμήν κλειστός. Il primo era situato a N, presso Punta Alga; del secondo la fotografia aerea ha evidenziato i due moli sommersi a NO di Capo Boeo, e può forse essere identificato con quello ostruito dagli Spagnoli nel 1575; il terzo, a SO, è noto come Porto delle Tartane o Palude di Margitello. Le recenti ricerche archeologiche hanno chiarito ulteriormente i limiti cronologici e topografici della necropoli situata nell’area nord-orientale dell’antica città, oltre il muro e il fossato. I confini sono probabilmente individuabili a S nel complesso catacombale della Madonna della Grotta, mentre a Ν nel costone roccioso su cui sorgono attualmente il Macello e lo stabilimento vinicolo Pellegrino, fino alla contrada Salinella e a E nell’area situata tra la proprietà Rallo e lo stabilimento Pellegrino. Altro dato interessante riguardante la necropoli è che il più antico gruppo di sepolture attribuibile alla seconda metà del IV sec. a.C. aveva utilizzato gli antichi tagli delle cave di tufo aperte per la costruzione della città, come è emerso chiaramente durante gli scavi nell’area dell’Ospedale S. Biagio. L’attività di scavo degli anni ’70 ha interessato soprattutto il complesso monumentale di Via del Fante, dove sono state riportate alla luce sepolture a kàusis sormontate da epitỳmbia, con basamenti a più gradini. In quest’area, le tombe fittamente agglomerate coprono un arco cronologico di quattro secoli (III a.C.-II d.C.). I monumenti a piramide gradinata trovano confronto in ambito siciliano (Butera, Camarina, Lentini), in contesti di III-II sec. a.C. A partire dal 1984 le indagini si sono rivolte ad altri settori della vasta necropoli lilibetana, precisamente in Via Berta, Via Cattaneo, Via Cicerone, Via De Gasperi; in Via Struppa, le sepolture con orientamento N-S presentano le stesse tipologie, già ampiamente documentate a L., a fossa rettangolare e a pozzo con camera ipogeica. È stato quindi possibile distinguere, al di sopra dello strato di tombe puniche, tutte ricavate nella calcarenite, un fitto sepolcreto tardo-ellenistico sorto tra il II e il I sec. a.C., consistente per la maggior parte in cremazioni primarie eseguite in fosse scavate nella terra, a volte foderate interamente di lastre litiche. Accanto all’incinerazione in situ persiste il rito dell’inumazione, caratteristico della necropoli punica, che in questa fase si incontra in casi eccezionali. Anche in quest’area sono stati individuati epitỳmbia relativi sia alla fase punica, della prima metà di III sec. a.C., sia a quella tardo-ellenistica di II-I sec. a.C. In seguito alla demolizione di un edificio nell’area antistante al Palazzo di Giustizia in Via Cattaneo, sono state rinvenute cinquantotto tombe ricavate nel banco calcarenitico che presentano le medesime tipologie già note a Lilibeo. Mentre continuano a mancare testimonianze riguardanti gli edifici pubblici di L., gli scavi nell’ambito della necropoli di Via del Fante hanno riportato alla luce i resti di un monumento funerario databile, sulla base dei dati di scavo, al pieno II sec. a.C. Si tratta di un mausoleo a thòlos con ampio basamento quadrangolare sul tipo di quello del mausoleo ellenistico scoperto in contrada Zappalà a Siracusa. L’edificio doveva essere decorato da elementi in calcarenite ricoperta di stucco bianco e policromo: si conservano capitelli, resti di trabeazione e del fregio dorico. Il mausoleo lilibetano, prima testimonianza di questo tipo per la città, trova confronti in ambiente italico con il Santuario della Fortuna Primigenia di Palestrina. Scarsi sono i nuovi elementi della plastica lilibetana restituiti dall’attività di scavo effettuata in città dagli anni ’70. Da segnalare, innanzitutto, un cippo antropoide in calcarenite di III sec. a.C. proveniente dagli scavi nella necropoli, che rappresenta una figura umana in posa probabilmente chiastica, secondo un’iconografia che trova riscontri in moduli popolareschi d’età tardo-punica d’ambito sardo (Sulcis) e iberico (Ibiza, Baelo, Bidda Maiore), anche se non mancano richiami alle stele selinuntine. Interessante è pure un bronzetto mancante di avambraccio, piedi e parte della gamba destra, da identificare forse con una riproduzione di un originale scultoreo di IV sec. a.C. Sicuramente l’opera più pregevole è un manico d’osso di I sec. d.C. con raffigurazione di Iside-Tyche, dalla necropoli di Via del Fante. La divinità è rappresentata stante e ammantata all’interno di una thòlos, secondo uno schema iconografico diffuso in tutto il mondo romano. L’esemplare lilibetano, probabile eco di un originale di III-II sec. a.C., si collega ad altri manici d’osso decorati con soggetti del repertorio alessandrino. Di particolare pregio un frammento di vaso-thymiatèrion in terracotta da Via del Fante con volto femminile sormontato da kàlathos, databile al III sec. a.C. I dati di maggior interesse sulla cultura artistica lilibetana provengono sempre dai corredi delle necropoli puniche, in cui compaiono le consuete classi ceramiche: una produzione di tradizione punica con un panorama vascolare piuttosto vario, caratterizzato da piccole òlpai e da brocche di varia forma, olle globulari, e soprattutto dagli unguentari, presenti in misura costante e massiccia; infine, ceramica a vernice nera che mostra un repertorio di forme tipico della produzione attica di IV sec. a.C. Anche in questo caso, siamo di fronte a un panorama complesso e vario di forme (kỳlikes, piatti a pareti ondulate e da pesce, skỳphoi a pareti inflesse, patere) e di decorazioni, soprattutto palmette impresse, che trovano confronti in ambiente campano. A questo tipo di ceramica lilibetana a vernice nera si associa un secondo tipo di produzione raffrontabile in contesti sicelioti databili a partire dalla seconda metà del IV sec. a.C., caratterizzato dalla presenza di lèkythoi ariballiche e di tipo Pagenstecher, oltre alle consuete bottiglie, pissidi skyphoidi del gruppo di L., e lekànai. Non mancano i consueti oggetti di corredo legati ai culti orientali diffusi in tutta la Sicilia. Si segnala un bronzetto rappresentante Iside nell’atto di porgere il seno al figlio Horns, forse un prodotto punico egittizzante di V-IV sec. a.C., oltre ad astucci portarotoli in avorio con l’immagine della dea Sekmeth e amuleti in faïence con raffigurazione di Horus. Per quanto riguarda le edicole funerarie, agli esemplari già noti se ne sono aggiunti tre nuovi: il primo, a forma di naìskos con architetture sottolineate dalla pittura a motivi vegetali, è stato considerato l’esemplare più vicino alle esperienze italiote, databile tra la fine del III e gli inizî del II sec. a.C. Il secondo, a forma di parallelepipedo rettangolo, con raffigurazione di personaggio maschile imberbe, presenta l’iscrizione spex ed è da ricollegare ai noti esemplari lilibetani con scena di banchetto che si datano al pieno I sec. a.C. La terza edicola, anch’essa a forma di parallelepipedo, proviene da una cisterna dell’insula di Capo Boeo. Anche in questo caso la raffigurazione consiste in una scena di banchetto funebre con due personaggi, uno maschile uno femminile, contornati sullo sfondo da oggetti di uso quotidiano, elementi ricorrenti nelle stele lilibetane. Lo stile pittorico dell’edicola riconduce a modelli ellenistici e a pitture tardo-repubblicane e consente di datarla fra il II e il I sec. a.C. A queste tre nuove edicole si può aggiungere un’interessante colonnina funeraria del II sec. a.C. con tabella figurata, proveniente dalla necropoli di Via del Fante, in cui è visibile la figura di un giovinetto vestito di una stretta tunica che tiene nella mano destra, probabilmente, un melograno. Ai lati della raffigurazione sono dipinte in rosso due grandi mani alzate, simbolo di deprecazione. Al di sopra delle figure l’iscrizione che commemora Achilleus. Tra le manifestazioni artistiche sono da annoverare i graffiti scoperti all’interno della Galleria Mortillaro, dai soggetti diversi, tra cui un guerriero in posizione di combattimento e una nave in forma stilizzata, probabile raffigurazione di una nave punica, secondo uno schema che si ritrova in alcune grotte nei dintorni di Palermo o sulle più tarde stele di Cartagine. Di particolare importanza, inoltre, le cornici in stucco provenienti dall’area dell’abitato, che rappresentano a L. una classe di notevole rilievo per qualità e tecnica di lavorazione. Sempre dall’area dell’abitato (Via Sibilla e Capo Boeo) provengono numerose lucerne figurate (I-II sec. d.C.); per i mosaici è da segnalare, innanzitutto, un mosaico con emblema dall’insula di Viale Isonzo, con raffigurazione di quadrupede stante, forse uno stambecco, entro un riquadro in tessere nere e bianche delimitato da una treccia policroma. L’opera si data al IV-V sec. d.C., oltre che per i dati di scavo, anche per elementi interni al mosaico stesso, quali la stilizzazione del corpo e le dimensioni delle tessere. A questo si aggiunge un altro mosaico con scena di venatio dall’insula di Capo Boeo paragonabile, per l’organizzazione iconografica, ai mosaici con scene di caccia di Piazza Armerina e della Villa del Tellaro. La produzione musiva lilibetana, inoltre, è stata recentemente ripresa in esame (Wilson, 1982) mettendo in risalto i legami con l’ambiente africano, attraverso nuovi confronti con pavimenti analoghi di Cartagine. Museo Archeologico Regionale di Baglio Anselmi. – Aperto dal 1986, il Museo Archeologico di Marsala è ubicato nei locali dell’ex Baglio Anselmi, sul Lungomare Boeo, secondo una sistemazione museografica realizzata con criteri moderni e che conserva, al tempo stesso, le strutture architettoniche dell’edificio del XIX secolo. Raccoglie in due saloni i reperti archeologici restituiti dall’attività di scavo compiuta a partire dal secolo scorso sul suolo dell’antica L. e in zone circostanti. Il materiale, che va dal periodo protostorico a quello medievale, è esposto secondo l’ordine cronologico e topografico, con un esauriente corredo iconografico. Nella prima sala sono conservate le testimonianze d’età punica, romana, paleocristiana e medievale: materiale protostorico di varia provenienza (strumenti litici e ceramica impressa), reperti da Mozia e Birgi, oggetti e vasellame dei corredi funerari dalla necropoli di L.; la fase romana è ampiamente documentata da epigrafi, iscrizioni e bolli anforarî, oltre a resti di pavimenti, elementi architettonici, edicole e frammenti pertinenti alle strutture del monumento sepolcrale a thòlos da Via del Fante. Per quanto riguarda l’epoca tardo-antica si segnala un pavimento in opus sectile con cubi in prospettiva, e il mosaico con emblema dall’insula di Viale Isonzo, oltre alle raffigurazioni dei perduti affreschi del Buon Pastore e del soffitto di una cappella rupestre.

 

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