ANDREA D’ANNA

IL DUELLO E MORTE DI ANDREA D’ANNA

Sulla morte in duello del concittadino Cav. Andrea D’Anna,

“Caro Damiani,

Sento con piacere che voi proponete scrivere qualche cenno biografico sul bravo Andrea D’Anna, di cui lamentiamo tutti la fine disgraziata. Citatelo nel vostro lavoro come esempio alla gioventù italiana. Ei mise in pratica quel precetto che non bisogna mai stancarsi d’inculcare a’ giovani onestamente vivere e tutto alla patria sacrificare. Onore alla memoria di Andrea D’Anna!

Vostro G. Garibaldi.

Con questa lettera, scritta a Caprera 1′ 8 agosto 1864, l’Eroe dei Mille incoraggiava il deputato di Marsala, a scrivere qualche cosa sul giovane Andrea D’Anna, morto in duello a soli 28 anni di età. Ma quest’ epoca, così feconda per la Storia italiana di preparazioni e di fortunose vicende, travolse la memoria del giovane sventurato che pur dovrebbe restare indelebile nella mente di ogni cittadino marsalese. Eppure la patriottica anima di Abele Damiani, testimonio oculare dell’opera del D’ Anna, volle scrivere un cenno biografico che condensò in un opuscolo stampato a Torino, oggidì divenuto assai raro e prezioso come documento storico.

Andrea D’ Anna nacque in Marsala il 19 luglio 1836 da famiglia distinta e agiata; suo padre fu quel gentiluomo perfetto che si nomò Fabio D’ Anna marchese del Canneto, di cui tuttora si ricordano la eletta bontà dell’animo e la squisita affabilità dé modi. Ma il nostro Andrea ebbe un’ infanzia assai travagliata perché di fibra gracile e quindi poco adatta allo studio. Perdette il padre quando cominciava appena a conoscerlo, e fu, per cura della madre e del fratello tenuto in tre collegi differenti, ove il suo ingegno svegliatissimo avrebbe fatto grande cammino se, come ho già detto, non avesse trovato un forte ostacolo nella malferma salute. Ma la sua natura indomabile e operosa contrastava stranamente col suo fisico; e ci vollero i severi consigli del medico e più ancora le amorose cure della madre, che egli adorava, per distoglierlo interamente da ogni esercizio fisico e intellettuale. Ma egli prevenne la sua con la ferrea volontà il tardo sviluppo della sua complessione; e a 18 anni poté finalmente cimentarsi a quelle prove delle quali la sua vita doveva essere il modello più edificante.

All’alba del 23 novembre 1856, un giovane aristocratico ma popolano di cuore, dico Francesco Bentivegna da Corleone, insieme con Salvatore Sminuzza e con altri elettissimi patrioti inalberarono in Taormina la bandiera della libertà. Non risposero all’appello che Mezzojuso, Villafrati, Ventimiglia e Cefalù.

Ma il nostro Andrea, quale affiliato alla Giovine Italia, gittò anch’egli il grido della riscossa, e questo suo generoso tentativo lo scontò con parecchi mesi di carcere nella Colombaja di Trapani. E fu fortuna per lui, che i grandi promotori: Bentivegna, Spinuzza ed altri parecchi furono soverchiati dalle orde borboniche e fucilati la mattina del 7 dicembre 1856. Si approssimava intanto l’epoca memorabile del 1860.

In quel tempo c’era anche in Marsala il così detto Partito d’ Azione, ma limitato a pochi giovani intellettuali e forniti di largo censo, tra quali si annoverano il nostro D’Anna, Abele Damiani, Giuseppe Garraffa ed altri che la polizia teneva d’occhio perché li sapeva in corrispondenza con gli emigrati politici.

Di fatti c’era in Malta Nicola Fabrizzi, antico cospiratore, che annodava le trame con tutti gli affiliati di Sicilia, e all’occorrenza si faceva passare armi e munizioni. Non potendo andare egli stesso perché infermo mandò in Sicilia Rosalino Pilo, giovane bello e aitante della persona, destinato a morire sulle alture di San Martino con una palla borbonica in fronte. Gloria eterna alla sua memoria!

Il 4 aprile 1860, la campana della Gancia chiamava a rivolta i Palermitani che in pochi drappelli, capitanati dall’intrepido Francesco Riso seppero combattere eroicamente e morire chi nelle vie e chi ammutinato nel convento.

Ma quella squilla fu il rintocco funebre della dinastia dé Borboni, dapoiché, l’insurrezione dispersa, ma non vinta, fece sentire la sua eco a Marsala ed a Trapani. A Marsala specialmente il partito d’azione, con a capo Damiani, D’Anna e Ciancialo, si sollevò audacemente, e, allo sventolio del tricolore, disperse la guarnigione borbonica come un pugno di sabbia in mezzo alla bufera.

I funzionari del governo e la sbirraglia scapparono su per gli abbaini o per le campagne, di modoché, gl’insorti si resero padroni della città e, acclamando a Palermo ed a Garibaldi, istituirono la guardia civica.

Fu quella però una vittoria effimera. Il generale Letizia, ben agguerrito di soldati e d’armi, veniva pochi giorni dopo a sottomettere Marsala, minacciando ergastoli e capestro a’ ribelli. I quali vista inutile la resistenza, esularono alcuni nella vicina Malta, altri si nascosero in luoghi reconditi, altri furono arrestati e gittati nella fossa di Santa Caterina nell’isola di Favignana.

Fra i rifugiati a Malta, vi fu il D’Anna, a cui l’esilio fe’ sentire la dura necessità del lavoro per vivere; ed egli nobilmente vi si adattò, ed ebbe anzi la fortuna di conoscere parecchi giovani emigrati di famiglie illustri, primissimo fra quali il Fabrizi. Ei si mise a sua disposizione per quelle risoluzioni che il venerando patriota avrebbe preso. E l’occasione non si fece attendere, ché dopo appena un mese, tutti correvano a Palermo a pigliare parte a quelle epiche lotte che formar dovevano la più bella pagina della nostra storia moderna: la impresa dei Mille.

Il D’Anna, le cui rare qualità si eran già messe in evidenza, come ne poté far fede uno dé più sinceri amici d’Italia, Giorgio Tamajo, fu sempre fra le prime file a combattere, e tenne sempre la posizione che gli assegnava la modestia e l’amore grande che sentiva per què commilitoni dell’alta Italia che dovevano divenire in breve suoi amici carissimi. La campagna del ’60 è tutta gloria nostra, ed è rimasta pur sempre la più cara ricordanza della gioventù moderna. Andrea D’ Anna in quell’occasione fece tutto il suo dovere e non si allontanò mai d’un minuto dal posto statogli assegnato, quantunque anelasse di riabbracciare la sua povera madre paralitica ed il suo caro fratello Giuseppe.

Ma quando poté finalmente ritornare nella sua Marsala, ebbe una gran delusione che lo addolorò non poco: si trovò circondato da una turba di giovani studiosi, parecchi dé quali stratificati nelle vecchie idee d’una volta Ed egli lottò tenacemente, soffrì molto, ebbe delle ore di tristezza inesplicabile e improvvisa, delle lunghe malinconie, alternate da ilarità fragorose e passeggere; ma alla fine seppe trovare una via sicura in mezzo alla tenebra che lo circondava. Tornò a mettersi in corrispondenza cò suoi giovani commilitoni e con quanti presero onorevole parte alla campagna del ’60; tentò anche con la stampa di conciliare sempre più la pubblica opinione con gli ultimi eventi, e vi riuscì così bene che quando Garibaldi toccò nuovamente il suolo lilibetano, il 19 luglio 1862, trovò tali accoglienze festose e tali entusiasmi sinceri che rasentavano il delirio. Il grido fatidico di “Roma o morte” era sulle labbra di tutti; volevano vedere ed abbracciare il Grande Nizzardo, il quale chiamava Marsala terra di felice augurio, e passeggiando per le vie della città si vedeva lieto, raggiante come un nume in festa.

Eppure chi l’avrebbe detto? …. Quella esplosione di gioia era come il rombo che precede la bufera. Alle eroiche falangi dé Mille veniva poco dopo preclusa la via di Roma da qué medesimi soldati d’un re in nome dei quale i garibaldini vi andavano baldi e fidenti; e la bandiera di Marsala doveva essere impregnata del più nobile sangue italiano: il sangue dei loro condottiero! Andrea D’Anna pigliò parte distintissima nel tentativo del ’62; tutta la sua influenza fu messa in azione per sovvenire d’uomini e di mezzi del generale; poi si mise in marcia come semplice soldato in un battaglione di giovani siciliani che egli aveva tanto contribuito a riunire. A Catania gli fu affidato un incarico delicatissimo pel quale si richiedeva coraggio onestà a tutta prova; ed egli, suo malgrado, accettò di fare il tesoriere presso quella Intendenza Generale. Ma appena messo piede nelle Calabrie le difficoltà aumentarono ad ogni passo, la viabilità per le ambulanze era così scabrosa da far mettere le A3P mani né capelli. Un battaglione delle truppe regolari, avendo attaccato la retroguardia garibaldina, si impossessò del piccolo convoglio dé valori e delle carte importanti. Ma il nostro D’Anna con un’audacia più unica che rara si scagliò, seguito da pochi generosi, in mezzo alle file nemiche e riuscì a mettere in salvo il convoglio. Lo stesso praticò due giorni dopo sull’altipiano di Aspromonte, tra pericoli inauditi, e guadagnando poscia la via di Palermo ove consegnò intatto il convoglio a tale che godeva la fiducia di Garibaldi. Pochi giorni dopo, il nostro giovane poté tornare in Marsala, nelle braccia di sua madre; ma anche lì altre amarezze lo aspettavano.

lo stato d’assedio decretato in Sicilia, aveva acuiti la tensione dé partiti locali, ed il solito eccesso di zelo di certi funzionari dei governo era viemmeglio messo a profitto dai delatori di mestiere, che sono il patrimonio di popoli retti da lungo tempo a servitù. Andrea D’Anna e suo fratello Giuseppe furono i capi espiatori di tali deplorevoli guerricciuole. Un vilissimo cagnotto del governo, certo Annibale Marcengo, li fece arrestare entrambi e condurre ammanettai fino al carcere di Trapani.

Ciò mise sdegno e indignazione anche tra il popolo trapanese, tanto che il Marcengo venne subito traslocato, ed i due fratelli D’Anna poterono ritornare liberi in Marsala. Allora il pensiero del nostro Andrea si vide mutare in un baleno; egli trova delle novelle energie in seno a quel Consiglio comunale ove lo mandano i suoi cittadini col massimo dei voti. Ivi egli cerca il benessere morale e materiale del popolo, per cui sfidai più ardui cimenti, combatte le più strenue battaglie, attirandosi la malevolenza e l’odio dei retrivi e delle camarille coalizzate contro di lui.

Ma egli animato sempre dai principi di verità e di giustizia per i quali avrebbe sacrificato la vita, senza adulare i diseredati con promesse fallaci ed assurde. Solitario nelle sue idee, altero idelia propria coscienza, veniva contrariato spesso dalla realtà della vita, e allora si arrovellava Fr ie dava nelle furie. Era un burbero benefico, anzi un pessimista, alla Rousseau che nelle discussioni non ammetteva cavilli cavi o sofismi di sorta tanto che in uso nella politica; ma egli tirava diritto per la sua via ch’era quella dell’onesto o che egli credeva di essere E resteranno famose le sue concioni consiliari che assorbivano delle lunghe ore, e che egli dettava con voce squillante, alquanto interrotta dalla balbuzie. Ma la tempesta si addensava sul capo del nostro giovane; il fato inesorabile lo attendeva ghignando. Infelice! Ei doveva morire giovane e per mano di un suo amico carissimo!

Una mattina, il giovane Aristide La porta gli chiese una spiegazione per alcune parole oltraggiose da lui profferite nel caffè Giuffrida di Marsala, alla presenza di varie persone. Il D’Anna non negò l’offesa né tanto poco credé di esitare veruna riparazione cavalleresca. Le condizioni furono gravissime, l’arme scelta la pistola, il terreno la campagna di Trapani. Il primo scambio di palle fu incruento, non così il secondo per il povero D’Anna che cadde ferito mortalmente al petto. Trasportato sul letto d’una locanda vicina, ebbe un’agonia di poche ore atrocissima: si avviticchiava convulsamente a quei che lo circondavano e chiedeva un narcotico che potesse metter fine a quello strazio. Pensava sempre alla sua vecchia madre paralitica che lo attendeva in Marsala e le sue ultime sue parole furono per essa. Povera madre mia, mormorava, qual dolore ti arrecherà la mia morte!…

Ma tu perdonerai al tuo Nenè, che tanto ti adorava, e che per te sola rimpiange la vita, E spirò alle 3 dei mattino il 16 giugno 1864.

Ed ora miriamo con gli occhi della mente l’aspetto di quest’uomo che era incapace di misere cupidità o di azioni men che oneste. Era di statura regolare, di colorito pallido, con un naso aquilino assai pronunziato, e con due occhi neri sempre pensosi.

Nelle sue vene c’era del sangue arabo.

In Marsala, quando si seppe l’orrenda verità, tutta la cittadinanza trepidò per lo sconforto e (‘angoscia. Che profonda pietà dappertutto) Lo stesso Eroe dei Mille, quando lo seppe, nella sua Caprera, esclamò con dolore: -Che coraggio sciupato!.. Povero giovane! Nella sua Marsala, orfani e vecchi lo benedicono ancora quale filantropo e promotore della carità cittadina. Gli elettori che gli conferirono il mandato di consigliere comunale, ricordano ancora, e noi lo vedemmo, quale orma aveva egli stampato di sé— E doveva poi cadere miseramente e in un modo cosi crudele. E qui ricordo melanconicamente il De Amicis quando voleva

…cader là nel trionfa clamore Dei reggimenti insanguinati e stanchi

Col sole in fronte ed una palla in cuore!

Si, è bello morire in battaglia, non c’è dubbio; e noi non possiamo non ammirare Deodato

Schiaffino che, pugnando eroicamente sul Pianto Romano è colpito al petto dalle palle nemiche e cade maestoso drappeggiandosi nella bandiera, mentre all’intorno risuonano le

a vittoriose delle camicie rosse che incalzano il nemico e lo mettono in fuga. Oh, qual’è il la che innanzi a tanto olocausto Per quanto impellenti siero i motivi che mi avessero sin oggi vietato di esporre alla pubblica opinione i fatti antecedenti, e concomitanti allo sventurato avvenimento dell’amico cav. D’Anna, morto per ferita in duello, a cui da secondo assistetti, mi riesce oramai impossibile di tacere; imperocché un pugno di tristi, abusando dei mio silenzio, abbia cercato di svisare a bello studio i fatti per indurre il pubblico a credermi colpevole della morte dell’amico mio; ora mai adunque è mestieri che il pubblico sappia fin le più recondite circostanze di questo duello, circostanze taciute finora per motivi e riguardi che ho voluto usare; oramai è giusto: Ma il pubblico pronunzi con scienza e coscienza il suo giudizio – Pertanto non è a quei tristi detrattori dell’onor mio ch’io rendo questa pubblica dichiarazione; ai calunniatori dal viso coperto, a cui fin da ora rispondo coi silenzio del disprezzo, ben altra lezione si addice, scoprendoli; è al :pubblico, che nulla vede e tutto crede, a cui con la ragione dei fatti stendo rivolgermi, affin di condurlo nel giusto sentiero di ben giudicare; imperocché bene spesso avviene che il giudizio – senza la necessaria :conoscenza dei fatti, faccian gran torto non men che aí buoni, coloro poi che senza entrare nel fatto speciale, gridare contro di me solo perché giudicano il duello un cattivo avanzo di barbari costumi, rispondo: sia pure, giacché io con voi, attendo impaziente l’ora che tale individuo (e di questi in società non mancano) o perché privo di coraggio civile, o perché avesse astio col D’Anna, anziché difendere il La Porta, credette far cosa onorata, e rendergli nell’ìstesso tempo un servizio, denunziando tutto quello che il D’Anna avea profferito. Si con quel mostro l’infamia ed il rimorso di questa sventura!

Indi a un mese il La Porta veniva in Trapani, e dopo un otto o dieci giorni di unita al sig. Liborio De Grazia, Alcamese, si recava a Marsala.

Il De Grazia la mattina del 14 giugno or decorso presentatasi al cav. D’Anna, e dimandavagli a nome dell’amico suo se mai fosse vero di aver egli profferito offese contro il La Porta.

Il coraggioso e realissimo D’Anna rispondea con fa’sua e singolar calma essere pur troppo vero, e lui pronto a ripetere quel che avea detto. Allora darete piena soddisfazione, rispondea il De Grazia, ed io a nome dei signor Aristide prontamente ve la chieggo. – Al che il D’Anna rispondeva: Accetterò mio signore’ ‘codesta sfida, ma a solo titolo di concessione, (3) più tardi avrete il mio secondo (4) Poche ore dopo il sig. Tommaso Pipitone (5), qua (secondo del cav. D’Anna), presentatasi al sig. De Grazia, a cui diceva: -Il sig. D’Anna accetta la sfida a solo titolo di concessione, ed a patto espresso di doversi consacrare, Aria di battersi, in verbale, le offese che ha pubblicamente pronunziato contro il La Porta. Qui sorgeva diverbio fra i due patrini, perciocché il signor De Grazia non voleva addivenire a questo patto. Il signor Pipitone proponeva allora che invece di consacrarsi in un verbale, si dicessero sul terreno quelle parole che provocarono la sfida; ma neppure il sig. De Grazia vi addiveniva. A questi estremi il Pipitone fa la seguente proposta. – Ebbene, portiamoci subito in Trapani; convochiamo un giurì (6) d’onore, e facciamo -da esso deciidere se debbiasi o pur no ripetere a voce sul terreno, la causa di questo duello.-

De Grazia accetta pienamente; ed in poche ore, ciascuno per se, tutti sono in Trapani. Era la sera dei 14 appena passata l’ave, ed io trovavami di unita ad alquanti amici presso ad uscire dal portone di casa mia.- Mi si presentano abbracciandomi gli amici miei Pipitone e D’Anna, e nel dirmi quest’ultimo: -Debbo da solo pregarti e mi trassi in disparte.- Allora entrambi, ognuno dal canto suo, mi diedero conoscenza dell’accaduto, e mi scongiurarono di scegliere a mio piacimento un numero di persone onde a comporre un Giurì d’Onore. Io risposi che dietro l’accettazione della sfida non era opportuno convocare il giuri, ma essi mi piegarono dicendomi che voleano riunito il giurì a solo scopo di decidere se mai doveano, o pur no, sul terreno, e pria di battersi, ripetere a voce o in iscritto le parole offensive, più io vi addivenni in quanto che avevo inteso, come testé è detto che il De Grazia vi era senza difficoltà alcun addivenuto.- Non tralasciai però di rimproverare al signor D’Anna d’aver accettato una sfida dal signor La Porta: Forse io opinavo male, ma questa era la mia ferma opinione.- Indi ci licenziammo.

Pensavo intanto infra me stesso che non essendovi rigorosamente luogo ,al giuri, sarebbe stato conveniente invece, per lasciar contento il D’Anna, di riunire un numero di persone sennate ed intendenti della materia, per mettere in discussione e decidere la proposta questione.- Mi adoperai di scegliere cinque bravi gentiluomini: i signori Cav. Giov. Battista Fardello, Barone Mocarta, Barone Milone, Cav. Platamone, signor Francesco Piombo, ed io fui il 6°, e stabilii il congresso per la sera del 15 nella mia sala d’armi. Intanto per mezzo dell’ottimo sig. Pipitone secondo del D’Anna, si, fé invitare il Signor De Grazia a venire nel luogo ed ora indicati, con altre 6 persone a sua scelta.

La sera del 15 i distinti Cavalieri da me scelti, ed io eravamo già in mia casa riuniti.- Indi a poco, secondo erosi stabilito, presentossi il De Grazia con sei individui, i quali tutti sette per come ebbi indi assicurato da onesti uomini, erano armati di coltelli e pistole. I commenti ai lettori!! Credetti Giusto rompere il silenzio consigliando a tutta la riunione di nominare innanzi tutto un capo, che dirigesse l’ordine della discussione, affinché non nascesse una centona. A questo prima mia idea il De Grazia, alzandosi sdegnosamente, disse:- io non voglio presidente, non voglio discutere, non voglio ragionamenti, voglio dir solo due parole.-

II cav. Fardello, ed il barone Milone meravigliati a questo pettegolezzo, cercavano di persuaderlo che qualunque fosse per essere l’oggetto ed il risultato della discussione sarebbe stato necessario per non fare un chiasso, per lo eligere un presidente. Ma il De Grazia continuava ad’ostinarsi dicendo: ‘che non voleva ascoltar nulla. -Signor De Grazia, dissi io quindi, in casa mia non sono uso a far succedere delle chiassate; poiché non volete discutere, come si fa fra gente civile, e inutile che riscaldiamo qui le sedie.- Allora il De Grazia insieme ai suoi si licenziò. Non appena il De Grazia toccava la soglia della porta per uscire, il sig. d’Anna, irritato a quel procedere, commette al suo secondo, che senza alcun indugio si abboccasse con De Grazia, per concertare in pochi minuti il tutto, e scendere presto sul terreno. Di fatti il Pipitone andava a raggiungere De Grazia. Rimasti col d’Anna, noi tutti questi pregavami replicate volte e con calore per essere io uno dei suoi testimoni nel duello; ma mi rifiutai sempre, non per lui, ma per mie particolari convinzioni.- Allora furono scelti a suoi testimoni gli ottimi amici cav. Giuseppe Platamone e sigg. Francesco Piombo – Non tralascio intanto di dire che in quel momento affin di mettere le cose in più regola, io consigliai al D’Anna, di proporre ed insistere perché il duello fosse presieduto da un Principe da nominarsi. De Grazia ne accetta la proposta, ma venuto egli col Pipitone di accordo nella scelta dell’individuo, questi trovandosi assente da Trapani, fu forza quindi abbandonare l’idea. Intanto iI Pipitone aveva fatto sapete al De Grazia che l’arma scelta era la pistola e che si desiderava per condizione il Passmarchant (7) Qui il signor De Grazia opponevasi energicamente, in circa alle condizioni; perché diceva spettarne di dritto a lui la scelta mentre il Pipitone insisteva perché fossero stabilite di accordo. Finalmente il D’Anna, dopo molti andirivieni dei Pipitone, seccato a quei pettegolezzi gli diceva che cedesse a tutto quello che il De Grazia pretendeva, purché si finisse una volta. Cedute le condizioni interamente al De Grazia si fissò il luogo e l’ora per il domani, 16 giugno, alle 12 – e richieste dal Pipitone le condizioni, il De Grazia niegossi, riserbandosi di dirle sul terreno. Qui non tralascio di sottoporre alla considerazione del lettore “un incidente disgustevole. Pur finalmente dopo accalorato diverbio, il Pipitone sceglieva il terreno. Lettori, se il D’Anna fosse uomo di tutta fede, e capace dei più nobili sentimenti (o, attesti l’opinione di quanti ebbero la fortuna di stringergli anco una volta la destra. Come ben vede il lettore, le cose andavano sempre più complicandosi: la sventura andava tessendo -A funereo ammanto dell’amico D’Anna. La mattina del 16 ben presto io venni svegliato da quest’ultimo, il quale annunziavami, che il De Grazia erasi negato di esporre al suo secondo il tenore, delle condizioni del duello, volendo soltanto annunziarle sul terreno. Anche questo, diss’io! Ma questo è poco, riprendeva l’amico, quel che mi disturba immensamente si e’ che il mio secondo, Pipitone, assalito da un fortissimo dolore agl’intestini, ha dovuto rimanere al letto, ed io son solo, oggi, che fu d’un amico che mi assista sul terrene: prego adunque te stesso di supplire alla mancanza del Pipitone; io non avrei altri a cui rivolgermi. A dir franco questa missione io non voleva accettarla, perché disgustato del modo con cui si era proceduto dalla parte avversa. Io non volea niente aver da fare con cotal gente.- Ma poiché il D’Anna ed altri amici con replicate preghiere me ne scongiuravano, fui obbligato finalmente ad accettare; – accettavo, ma ognun vede, che io accettavo, in un ora in cui tutto era fissato, tutto era prestabilito; – null’altro che al fatto materiale ero io chiamato ad assistere. Per essere veritiero, credo giusto di non 1 passar sotto silenzio una circostanza mia personale.- Io avevo consigliato a D’Anna fin dal primo momento che mi diede conoscenza della sfida, di non battersi con La Porta, e con più forza mi credevo nel dritto di poter dare siffatto consiglio, una volta che ei mi terrea per suo secondo – Non ti battere, dissi, del resto rispondo io – (8) Ma il D’Anna, a cui parlavo in presenza dei suoi testimoni e di vari amici, rispondevami: -Malato, io conosco il mio dovere, io vado sul terreno, e tu sai con qual fastidio.

Sarò cieco nell’ubbidirti; ma se intendi di non farmi battere, io avvicinerò il sig. La Porta e gli dirò:-Facciamo esclusione dei Patrini, battiamoci.- Però bada, tu sai bene ch’io vado sul terreno a solo titolo di concessione, ed io ti prego di farne pubblica dichiarazione sul terreno medesimo pria di scaricare le pistole, e se io dimentichi te lo rammenterò io stesso. Ti avverto pure, e bada tu di questo, che io, liquidata la partita, non intendo affatto stendere la destra al La Porta, io non l’odio, ma voglio rimanere indifferente seco lui. Alle 12 precise il D’Anna ed io di unita al cav. Platamone e al Sig. Francesco Piombo testimoni eravamo sul terreno in attenzione del sig. La Porta coi suoi. -Dopo alquanti minuti ci venne col De Grazia, ed i signori Giuseppe Altare e Giacomo Aula testimoni.- Io mi feci innanzi, annunziando loro di riconoscere in me il Pipitone, il quale per fortissimo dolore agli intestini era rimasto a letto (9); – e quindi fatti tenere in disparte i due avversari insieme ai rispettivi chirurgi, io, De Grazia ed i testimoni di entrambe le parti ci avviammo per destinare lo spazio, ed in questo invitavo il De Grazia a mettersi di accordo con me circa le condizioni. E -No;- diceva il de Grazia, – le condizioni sono mie, sig. Malato, . e per dritto; oltreché il sig. Pipitone me le ha cedute.- Sia pure che vi spetti di dritto come dite, riprendevo allora, niente sarebbe sconcio fra gente civile di metterci entrambi di accordo in questa scelta.- E dopo qualche diverbio, vista l’ostinata negativa del De Grazia – Ebbene,– dissi, – quali sono le vostre condizioni? – Quindici passi alla ferita – mi fù risposto.

Compresi allora l’importanza di queste condizioni, e rivoltomi ai miei testimoni cavaliere Platamone e signor Francesco Piombo, che mi stavano accanto, dissi loro sotto voce: – uno dei due è morto, – ed al De Grazia che attendeva la mia risposta; fui presto a dire, ostentando sprezzo della sua proposta: Credevo a quattro passi, o tété à tété – adesso misuriamo il terreno. Intanto il comando del duello `toccò in sorte a me. Misurammo il terreno; 15 passi precisi. Chiamati i due avversari, li piazzammo in misura, indi caricammo le pistole. Non mi estendo sui dettagli minuti del modo come feci a caricarle. I testimoni ed il De Grazia possono attestare la mia scrupolosa esattezza sul proposito.

Le pistole scelte per la partita erano quelle di misura a “double détente”, proprio adatte per duellare, era la vera arma di precisione.- io ebbi modo di togliere la double (non senza prima farne inteso il De Grazia) appunto per rendere meno facile il colpo. , Chi è intendente di armi comprenderà bene, che io in tal modo cercavo per quanto era in me di mitigare le condizioni.

Era già tirata la barriera ed i combattenti stavano al loro posto. Toccava a me dare il primo colpo di mano, per avvertire che si profilassero, e mettere a tutto punto.- Toccava a me dare d secondo colpo di mano per fare spianare le pistole.- Toccava a me dare l’ultimo colpo di mano per il comando di fuoco. Di ciò, s’intende, feci esatta e scrupolosa avvertenza; forse anzi nojosa. Rammento sul proposito che io, dopo tanti, duelli, a cui per caso ho assistito, mi ebbi in quel giorno e per la prima , volta un’avvertenza a mè di lezione, – di cui mi passai leggermente, perché la calma di quei momenti fu singolare per me, tanto più cercavo sempre di non complicare affatto le cose.

Appena la sorte mi diede il comando dei duello, il De Grazia dicevami: signor Malato le raccomando si essere giusto e imparziale sul terreno.- Io risi e dissi: Non do quella risposta che meritate, perché vi compatisco,,, ma sappiate che se anche dovessi un giorno assistere mio Padre, sul terreno dell’onore, egli mancando, io non esiterei a compiere rigorosamente le leggi della buona cavalleria. (10) Dopo le indicate avvertenze, e pria che avessi incominciato- a darei segni, il D’Anna, senza muoversi dal suo posto, raccomandava di manifestare tantosto il titolo per il quale egli addiveniva a battersi.- Allora dissi: Signori, è mio dovere farvi rammentare che il signor D’Anna accetta la sfida e scende oggi sul terreno a solo titolo di concessione. la risposta fu singolare: E così anche noi, – risposerai il patrino dello sfidante. Concessione, chi sfida? Diedi il primo colpo di mano, D’Anna e La Porta misero .a punto, le armi.- Diedi il secondo colpo di mano e spianarono le pistole; ed abbenché pria di andare sul terreno avevo tanto raccomandato al D’Anna di sapersi ben profilare, e mettere il braccio destro a scudo del petto, abbenché una notte intera durai a profilarlo io stesso, abbenché le tante volte lo scongiurai, lo pregai e ripregai di questa interessantissima posizione, egli sul terreno tutto dimenticando, dava quasi intero il petto all’avversario e non terrea il braccio al suo posto; non mancai a gridargli: signor D’Anna profilatevi; egli profilatasi per un atomo, e poi riprendea la piú svantaggiosa posizione. Lo avvertii per la seconda volta, ma fu inutile-. Intanto con questa avvertenza io mirava a due scopi: A posizionare il D’Anna; 2° A far si che i combattenti, stando per un bel pezzo col braccio sulla mira, tentennasse loro la mano, ed il colpo deviasse: e così fu difatti; ‘il mio progetto realizzasi, e dato il 3° segno le palle osi andarono a vuoto. &li avversari rimasero fissi e calmi ai loro posti, come fin dal principio, ed io non mancai a rendere loro i dovuti elogi.- Però fuvvi chi avvertì la mia studiata tardanza del 3° colpo di mano, e dissero: -Signor Malato, si compiaccia essere più sollecito nel dare il 3° segno, giacché com’ella può sapere, stando troppo sulla mira la mano si stanca; ed il colpo devia.- Risposi : -lasciate a me la cura.- falliti i primi colpi – ripete tutto un pubblico, – era quello il momento in cui i pattini doveano farla finita – e poiché noi fecero, è su di essi che cade la colpa dello sventurato avvenimento.- Molti van ripetendo che la colpa cade esclusivamente su me, perché la mia voce, dicono essi, non sarebbe stata disdetta in quel momento. Signori dal fin qui detto vi sarete già accorti come insolitamente io oggi abbia tanta nta calma da tenermi ad una stretta narrazione. Il mio carattere irascibile e trascendente è vinto per buona ventura dalla forza dei ragionamento; ragioniamo adunque. Il D’Anna era sul terreno perché chiamato dalla sfida dei signor La Porta, a cui dovea una soddisfazione.- La porta, a cui dovea una soddisfazione.- Il La Porta dovea ricevere questa soddisfazione, a condizione però della ferita. Io secondo dei scacco imponendo l’atto, perché non essendosi verificata ancora la condizion della ferita, il De Grazia poteva benissimo dirmi: il mio primo non è soddisfatto.

Chi era dunque nella possibilità di gridare alto? Era il De Grazia, perché potendo egli rinunziare ad una condizione da lui proposta, come misura della intensità delle offese, stava in lui il dritto di dire il mio primo è soddisfatto: Egli dunque non perché era nel modo di non dirlo. Fu un momento di silenzio e qualche parola di conciliazione venne tosto rotta dalle energiche parole del D’Anna: «Che si attende a caricar nuovamente?» A queste parole da un canto come era mio dovere dissi al D’Anna: -state zitto al vostro posto, – e da un altro canto insieme al De Grazia, presenti i testimoni, caricammo nuovamente e con l’istessa scrupolosità la calde pistole. Ebbe luogo in questo istante un brevè incidente sventuratamente furiero signor Malato i duelli alla pistola riescono sempre cosi, io non farei mai, riescono sempre comici.- Al ché risposi:- signor De Grazia, non è sempre come voi la credete: qualche palla taluna volta, è difficile a digerirsi, – e ci dirigemmo verso i combattenti.

Replicai le solite avvertenze, specificai nuovamente i segni, 1 ‘raccomandai da vicino e bruscamente al D’Anna il tanto raccomandato profilamento – e diedi il primo segno – diedi il secondo, e mi soffermai a bello studio sulle avvertenze, sulle raccomandazioni, per riuscire nel mio intendo dei 3° colpo di mano; ma quegli istanti erano contati per D’Anna.

Dato il 3° segno, e scaricate le pistole, il D’Anna gettando via – la sua, preme con ambo le mani il petto , si rivolge verso di me, e curvandosi su di se stesso, mi chiama con gli occhi, – ma egli era già fra le mie braccia. Tutti fecero cerchio – tutti ci prestammo ai primi aiuti che in quella emergenza potevano darsi. Osservai che il colpo era grave; é dissi al La, Porta:, corri ad abbracciare l’infelice D’Anna – La Porta diresse parole di affetto, ma il D’Anna sin da quel momento non volle e soffriva a formar parola. Per debito di giustizia, voglio segnalare, alla pubblica lode i nomi dei due testimoni dei sig. La Porta, ciò sono i signori Giuseppe Artale e Giacomo Aula, i quali rispettarono, durante tutta la questione le leggi della civiltà. Subito mi diedi cura a dissipare per quanto potei le prime impressioni degli astanti, feci coraggio, e mi affrettai a mettere in una carrozza il ferito insieme ai due chirurghi. Io in altra carrozza con i testimoni gli tenni dietro. La Porta ed i suoi presero pure la loro strada. Pervenuti in Trapani, il D’Anna fu tantosto mesto in letto, ed assistito dai suoi migliori amici. Il Marchese, di lui fratello, come ogn’un comprende, soffriva pur troppo, ma con lodevole contegno. Si fu presti a chiamare i migliori chirurghi: un ottimo cav. Dr. Solina conosciuto abbastanza, appena ricevuta la notizia, dalla sua lontana campagna, veniva tantosto a prestare i suoi aiuti al caro amico mio. Ed i bravi dottori Lampiasi e Giliberti non si stancarono mai giorno e notte di assistere fraternamente il ferito.

Egli soffriva moltissimo, ma con vera calma e vera dignità. Non parlò mai anche domandato. Una o due volte coi segni della mano indicò che era ferito a morte. Quasi verso sera, visto io che aggravava, credetti fargli domandare se dovesse scrivere o dettare qualche cosa. Rispose coi segni e che nulla avea da dire o da disporre. Era perso la mezzanotte e per come avevano predetto i chirurgi, tutto ad un tratto lo vedemmo boccheggiante. Lo chiamammo, il fratello per primo, ma fu inutile; altri pochi momenti e spirò. L’indomani gli fu tirata la fotografia; la sera sulle nostre spalle fu portato nella Chiesa Nazionale, ed ivi il 18 gli furono rese con concorso di tutti i distinti cittadini ed eletta gioventù le solenni esequie; delle quali furono gran parte i Maestri della Loggia la Concordia di questa città Un caldo amico dell’estinto il signor Giuseppe Polizzi da Trapani dettò le iscrizioni che qui alla f ine si leggono. Fin qui la scrupolosa, e forse nojosa narrazione della causa e del processo del luttuoso avvenimento. Luttuoso a me più che a persona dei mondo per avere del mio povero amico D’Anna rispettato ed amato il caldo patriota, l’onesto cittadino, il tenero e leale amico. A me più che ad altri torna quindi doloroso il ritornare su queste tristissime reminiscenze, e riaprire una piaga nel cuore dei suoi diletti; ma a farlo mi costringe, primo, l’essere stato io, contro voglia, chiamato ad assistere a quel duello; secondo, per rendere il dovuto onore alla memoria dei povero amico; e terzo per dare una mentita a questi cani che abbaiano alla luna. Nei duelli lo sappiamo, ove non succeda ferita, il volgo deride come a scenata, e vien fuori con un detto più o meno mordace, ed ove succeda sfortunatamente la morte, il volgo spalanca gli occhi, e nel primo e nel secondo caso grida ai poveri secondi: Crucifige, crucifige. Ma a questo pubblico rivolgo ora la parola: invece di mordere e dare addosso a tanta gioventù dei proprio onore, che scende a difenderlo f i no a costo della vita, perché invece, usando alla sua volta, di un altro coraggio, (il coraggio civile) non si slancia a sradicare questo pregiudizio sociale e sostituire al vano cicalare l’opera efficace, . impiantando la nobile istituzione dei Tribunali di Onore? Perché non fare eco a quanto saggiamente hanno promosso i giornali di Diritto di Torino, e Dovere di Genova, che ben ebbero accolta la loro idea a Napoli, ed in altre città civili della nazione? Io per il primo che presumo di non essere duellista di Mèstiere, io son pronto a sottoscrivermi all’idea dei miei distinti amici del Dovere e del Diritto, e propongo in Trapani la fondazione di questo Giuri -, acanto al resto io mi appello solo al giudizio di quei Gentiluomini, di quei Cavalieri di onoratissima fama, con cui per caso ho avuto l’onore di trattare in molte occasioni, e nelle quali ho fiducia che essi non abbiano trovato nulla a ridire, o a desiderare.

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